Curiosità sulla Cannabis2020-06-18T15:37:51+00:00

FAQ

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La Cannabiscanapa è un genere di piante angiosperme[1] della famiglia delle Cannabaceae (famiglia di piante dell’ordine Urticales).

La tassonomia del genere Cannabis ha dato luogo a controversie. Attualmente, l’orientamento prevalente è comunque quello di riconoscere una sola specie Cannabis Sativa. Secondo tale inquadramento le altre due entità sarebbero sottospecie o semplici varietà di C. sativa:[2,3,4]

  • Cannabis sativa subsp. indica 
  • Cannabis sativa var. ruderalis 

Originaria dell’Asia centrale e sacra per la gente hindu, la pianta era indicata in sanscrito con i termini bhangavijaya e ganjika; in hindiganja

La canapa è una pianta erbacea a ciclo annuale la cui altezza varia tra 1,5 e 6 metri. Presenta una lunga radice a fittone e un fusto, eretto o ramificato, con escrescenze resinose. 

Le foglie sono palmate a margine seghettato, con punte acuminate fino a 10 cm di lunghezza e 1,5 cm di larghezza. Le piante di canapa sono sia monoiche sia dioiche. I fiori maschili (staminiferi) sono riuniti in pannocchie contenenti gli stami. I fiori femminili (pistilliferi) mostrano un calice che avvolge strettamente un ovario collegato a due stimmi, i quali ricevono il polline durante l’impollinazione. 

Il ciclo vitale della pianta è dipendente dal fotoperiodo, in generale essa germina in primavera ed affronta un primo periodo vegetativo di crescita, dopodiché fiorisce a fine estate, quando le ore di luce diminuiscono.  

Cannabis e Canapa sono la stessa pianta, la distinzione tra i due termini è convenzionale.

Ad oggi, ciò che distingue cannabis e canapa è principalmente la quantità di principio attivo psicotropo (THC) al loro interno. Infatti, con la parola canapa si intende la varietà con THC inferiore allo 0.5% (limite dello stupefacente) e che serve per produrre alimenti (semi, olio, farina), bio-carburante, carta, tessuti, cordame, prodotti cosmetici e materiali (spesso innovativi e molto efficienti) e per la bio-edilizia.

Con cannabis (conosciuta anche come marijuana) si intende invece la varità di canapa contente THC in quantità capaci di generale effetto psicoattivo. Marijuana è un termine messicano coniato per indicare la cannabis utilizzata in ambito ricreativo, è considerata una droga leggera e la sua coltivazione in Italia è vietata. Anche se sempre più paesi nel mondo la stanno legalizzando.

Sativa, indica, e ruderalis appartengono tutte alla stessa famiglia delle Cannabaceae, ma vengono distinte tra di loro per le diverse caratteristiche:

Cannabis sativa:

  • Originaria delle zone equatoriali;
  • Ha una conformazione meno cespugliosa e riesce ad arrivare anche fino a 4m di altezza. Anche le foglie sono molto sottili e presentano le classiche 7 punte;
  • A causa della sua zona di origine, la scarsità di ore di luce induce la pianta a crescere e fiorire contemporaneamente, contrariamente a quanto succede per le indiche, le quali prima si sviluppano poi, al calare delle ore di luce, dedicano tutta la loro energia alla fioritura. I fiori delle sative, proprio per i motivi sopra descritti, tendono a svilupparsi su tutta la lunghezza del ramo, mentre i fiori delle indiche si sviluppano unicamente negli internodi. Questo implica una produzione di gemme più leggere ed affusolate per le sative, più pesanti e compatte per le indiche.
  • Generalmente la cannabis sativa ha effetti cerebrali, stimolanti ed euforici.

Cannabis indica:

  • Originaria delle zone subtropicali;
  • Ha una conformazione più cespugliosa e rimane più contenuta nelle dimensioni. Anche le foglie sono più tozze e presentano 5 punte;
  • Genera effetti caratterizzati da rilassatezza mentale e muscolare, calmanti e concilianti del sonno.

Cannabis ruderalis:

  • Originaria delle zone climaticamente più rigide, come Russia e Cina del nord.
  • La sua caratteristica principale è quella di essere autofiorente, ovvero di non dipendere dal fotoperiodo per fiorire. Tra le tre è quella che presenta dimensioni minori.
  • Il suo basso tenore di THC e CBD in natura l’ha resa a lungo inutilizzabile. La sua popolarità è cresciuta solo recentemente, grazie alla creazione di genetiche ibride, dalle quali si ottengono varietà di cannabis con concentrazioni di principi attivi proprie della indica o della sativa, ma autofiorenti.

Gian Luigi Gessa, neuropsicofarmacologo, afferma che: “In una classifica di pericolosità collegata alla reale tossicità, la cannabis non la metterei in testa: prima l’alcol, poi l’eroina, la cocaina in forma di crack e la nicotina”.

In accordo con lui ci sono anche altri medici e scienziati, uno di loro è il Dottor Umberto Veronesi, noto oncologo ed ex Ministro della Sanità, il quale lanciò un appello per la legalizzazione dichiarando: “Siamo un Paese che vieta inorridito la marijuana, ma che lucra senza vergogna su una droga che causa 50.000 morti l’anno: il fumo di sigaretta”.

Inutile dire che ci sono innumerevoli studi sugli effetti causati dal consumo di Cannabis a breve e lungo termine. Secondo Igor Grant, psichiatra della University of California di San Diego, asserisce che l’unico rischio conosciuto nell’adulto riguarda la bronchite cronica, essa però è molto comune in tutti i fumatori, non solo di Cannabis. Inoltre, in un recente studio eseguito sui topi, è stato addirittura evidenziato come piccole dosi di THC potrebbero rallentare il declino cognitivo negli anziani. Nei topi giovani, invece, la somministrazione di THC ha compromesso le prestazioni di apprendimento e memoria. Su quest’ultimo punto ci sono stati diversi studi sui possibili danni che un uso cronico di cannabis ad alti livelli di THC potrebbe causare, soprattutto in età adolescenziale e preadolescenziale, quando cioè il cervello non è ancora del tutto formato. Tuttavia, la ricerca è stata poi smentita in quanto il campionamento non era attendibile.  

Un’altra domanda molto interessante è: la Cannabis ha mai ucciso qualcuno? In realtà Sì. Sulla letteratura medica sono riportati alcuni casi correlabili all’abuso di cannabis, non per avvelenamento diretto, ma per crisi ipotensiva successiva o per un mix con altre sostanze. Tuttavia, bisogna precisare che sono stati accertati meno di venti casi di morte nel mondo a fronte di consumi pari a migliaia di tonnellate di cannabis. Un studio interessante risalente agli anni ‘80 è quello eseguito da parte della Dea in vari esperimenti con cavie, che ha cercato di determinare il livello DL50 (Dose letale 50) della cannabis e cioè un parametro in uso fino ai primi anni del 2000 che indica la quantità di una sostanza (somministrata in una volta sola), in grado di uccidere il 50% di una popolazione campione di cavie. La conclusione fu che: “Al giorno d’oggi si stima che il livello di DL50 nella marijuana sia intorno ai 1:20.000 o 1:40.000. In parole povere significa che per morire, un fumatore dovrebbe consumare dalle 20.000 alle 40.000 volte il dosaggio normalmente contenuto in uno spinello. Dovrebbe quindi fumare circa 680 kg di marijuana in circa 15 minuti per avere un effetto letale”.

Altro chiarimento: la Cannabis crea dipendenza? Anche questo è vero se si conclude la frase dicendo “in meno del 10% dei consumatori”.

Sono stati individuati centinaia di composti costituenti la pianta di canapa come terpeni, flavonoidi, acidi grassi, composti fenolici, composti azotati, di cui 66 di queste appartengono alla famiglia dei cannabinoidi, presenti sulle foglie e sulle infiorescenze femminili. I principali e più conosciuti sono il cannabidiolo, scoperto intorno agli anni 1940-42, da parte di scienziati americani e inglesi che ne determinarono la struttura chimica. Il delta 9-tetraidrocannabinolo (9)“THC”, è stato isolato come principio attivo della cannabis successivamente nel 1964.

La ricerca sul suo potenziale utilizzo in campo medico l’ha riconosciuto come responsabile principale delle proprietà farmacologiche della pianta, sebbene altri composti contribuiscano ad alcuni di questi effetti, in particolare il cannabidiolo, privo di effetti psicoattivi, ma dotato di attività antipsicotica, analgesica e antinfiammatoria.

L’utilizzo di piante o estratti di piante per la cura delle malattie e per il mantenimento del benessere è chiamata Fitoterapia.

Le piante, infatti, sono da sempre le principali fonti di sostanze medicamentose e l’uomo, negli anni, ha imparato a riconoscere ed impiegare le loro varie proprietà. Si è scoperto che molte funzioni fisiologiche del sistema nervoso centrale e del sistema immunitario sono regolate dal sistema degli endocannabinoidi, i quali interagiscono con dei recettori specifici situati in varie parti dell’organismo. La ricchezza terapeutica della Cannabis è dovuta alla sinergia dei composti chimici che la costituiscono. Il risultato della combinazione fra tutte le sostanze contenute nella cannabis è chiamato effetto entourage.

Un esempio è l’interazione tra CBD e THC. Quando viene preso da solo, il THC può esercitare tutta una serie di effetti psicoattivi, inclusi alcuni effetti collaterali, tra cui ansia e paranoia.

Il CBD, invece, ha la capacità di mediare il “livello massimo di psicoattività” del THC, abbassandolo a livelli più moderati e riducendo così i rischi di sviluppare disturbi d’ansia.

Il sistema endocannabinoide è un complesso sistema endogeno di comunicazione tra cellule.

I suoi principali costituenti sono : i recettori endocannabinoidi con i loro legandi endogeni e tutta la classe di proteine responsabili del trasporto e nel metabolismo degli endocannabinoidi stessi. I cannabinoidi della Cannabis, ovvero i fitocannabinoidi, mimano gli effetti degli endocannabinoidi presenti nel nostro organismo, da qui il nome di “Sistema Endocannabinoide”. Ad esempio il THC, il fitocannabinoide farmacologicamente più attivo, si lega ad entrambi i tipi di recettori finora identificati, i recettori CB1 e CB2 . 

Questi recettori sono stati trovati nel sistema nervoso centrale (encefalo e midollo spinale) ed in molti organi e tessuti periferici. A secondo del tipo cellulare, della dose e dello stato dell’organismo, la attivazione dei recettori CB può causare una moltitudine di effetti che includono euforia, ansietà, secchezza delle fauci, rilassamento muscolare, fame e riduzione del dolore.

Lo smaltimento di sostanze dall’organismo varia secondo diversi fattori: da sostanza a sostanza, in base alla frequenza d’uso, quantità assunta, massa corporea, tolleranza alle sostanze stupefacenti. In base a questi fattori i tempi si potrebbero allungare. 

Di seguito si riportano dei tempi di permanenza approssimativi per quanto riguarda le urine, il sangue ed il capello.

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